cronaca

Piano Marshall per l’Europa, Recovery Plan

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La commissione presenta il suo Recovery Plan per risollevare l’economia Ue. All’Italia il pacchetto di aiuti più cospicuo, ma la strada per approvarlo è ancora in salita.

 

Ursula von der Leyen scopre le carte e presenta all’Europarlamento il suo Piano Marshall per risollevare l’economia dell’Unione. Si tratta del discusso e atteso Recovery Plan con cui l’Unione farà fronte alla recessione senza precedenti determinata dalla pandemia. I numeri del piano, snocciolati dalla presidente dell’esecutivo comunitario, rispecchiano le anticipazioni degli ultimi giorni: tutto compreso, riuscirà a mobilitare più di 2.000 miliardi nei prossimi sette anni, cioè più del doppio di un bilancio europeo tradizionale. Von der Leyen aveva promesso un “massiccio pacchetto di stimoli” e infatti ha annunciato che la Commissione stanzierà 750 miliardi di euro, di cui 500 sotto forma di sovvenzioni e altri 250 sotto forma di prestiti, finanziati da obbligazioni della Commissione europea. E già questa, in sé, è una rivoluzione. I titoli avranno scadenze diverse, ma l’impegno di è rimborsarli entro il 2058, e non prima del 2028. Il Piano – che va ad aggiungersi agli strumenti di emergenza già varati e ai mille miliardi di euro che la BCE si è impegnata a iniettare nel sistema finanziario – dovrà essere approvato dai governi. Ed è proprio in vista del vertice di metà giugno che comincerà ora una trattativa serrata tra i paesi favorevoli al piano e i cosiddetti ‘frugali’ – Austria, Danimarca, Svezia e Olanda – che vorrebbero sostituire gli aiuti a fondo perduto con prestiti vincolati a misure di austerità e a un rigido piano di riforme. Del resto, spiega Von der Leyen “il fondo serve a riequilibrare una situazione in cui alcuni Stati hanno maggiori possibilità di altri di raccogliere fondi sul mercato”.

 

Cosa prevede e come funzionerà il piano?

Quello che finora è stato definito ‘Recovery fund’ sarà ribattezzato ‘Next generation Eu’, perché nelle intenzioni della Commissione si tratta di un “nuovo patto generazionale” finalizzato a riparare, “ma anche a preparare un futuro migliore per le generazioni future”. La Commissione propone poi di fissare a 1.100 miliardi il tetto di spesa al Bilancio Ue 2021-2027 e di alzare al 2% del Pnl (Prodotto nazionale lordo) il tetto delle risorse degli Stati membri per lo stesso bilancio e di usare la differenza tra tetto di impegni e tetto di spesa come garanzie per l’emissione di debito comune. Il debito così emesso dovrà essere rimborsato tra il 2028 e il 2058, attraverso il bilancio comune post 2017. Per reperire risorse, Bruxelles propone inoltre nuove imposte come la plastic tax, stop all’elusione fiscale dei giganti del Web e un nuovo sistema di pagamento delle quote inquinanti (carbon tax), esteso anche ad aerei e navi. Quanto al funzionamento del Fondo, per accedervi i governi dovranno farsi approvare da Bruxelles un programma nel quale indicheranno come spendere i fondi, guardando alle priorità Ue (Green deal e digitale); ai settori più colpiti dalla crisi (turismo e trasporti) e alle riforme che ogni anno Bruxelles raccomanda ai vari governi.

 

Distanze incolmabili?

Il piano della Commissione accoglie dunque le richieste degli Stati del sud, Francia e Italia in testa, volte a dedicare la parte più consistente del fondo ai sussidi a fondo perduto piuttosto che ai prestiti, per non appesantire il debito degli Stati. Diversa era la posizione dei paesi cosiddetti ‘frugali’ (Austria, Olanda, Svezia e Danimarca) che a quella franco tedesca da 500 miliardi di euro in sovvenzioni pochi giorni fa avevano avanzato la loro controproposta: nessuna mutualizzazione del debito e prestiti, solo per due anni, legati alle riforme. Posizionilontane dunque, mentre per passare il piano richiede l’unanimità. È difficile quindi che la proposta della Commissione possa essere approvata già al prossimo Consiglio Europeo del 17 e 18 giugno. In molti già prevedono un negoziato lungo e un altro vertice in luglio.

 

E l’Italia?

Secondo fonti dell’Ansa, il pacchetto proposto dalla Commissione europea per l’Italia ammonta a circa 172 miliardi di euro, di cui 81 miliardi sotto forma di aiuti e 91 miliardi come prestiti. Si tratta della quota più alta destinata a un singolo paese, sia in termini assoluti, sia per quanto riguarda gli aiuti a fondo perduto che i prestiti. Segue un altro paese gravemente colpito dall’epidemia, la Spagna, con un totale di 140 miliardi. Per il Belpaese il vantaggio più evidente della quota di sovvenzioni (81 miliardi) sta nel fatto che non andranno a gravare sul già ingente debito pubblico italiano: una ‘zavorra’ da 2.430 miliardi, pari al 134% del Pil nostrano, che resta una vera bomba a orologeria per l’intera area euro. Lo ha detto molto chiaramente ieri la Bce, pur senza citare l’Italia, nella sua Financial Stability Review: “L’aumento dei livelli di debito pubblico potrebbe innescare una rivalutazione del rischio sovrano da parte degli operatori di mercato e riaccendere le pressioni sui soggetti sovrani più vulnerabili”. Cioè l’Italia. Un allarme condiviso Robert Samuelson, che su Washington Post qualche giorno fa scriveva: “Se non sarà organizzato qualcosa di simile a un salvataggio finanziario, l’Italia potrebbe essere spinta fuori dall’euro, portandosi dietro altri paesi ad alto indebitamento”. Previsioni fosche, ma che danno la misura di quanto sia essenziale agire con tempestività e determinazione: “Divergenze e disparità aumentano e abbiamo solo due scelte – ha detto Von der Leyen nel suo discorso oggi all’Europarlamento – o andiamo da soli, lasciando paesi e regioni indietro, o prendiamo una strada comune. Per me la scelta è semplice, voglio che prendiamo la strada tutti insieme”.

 

Il commento

di Antonio Villafranca, Coordinatore della Ricerca e Co-Head osservatorio Europa e Governance Globale, ISPI

“La proposta della Commissione non manca di ambizione e va valutata includendo anche le altre iniziative che l’Ue nel suo complesso ha preso dall’inizio della crisi: dagli acquisti ‘straordinari’ della Bce dei titoli di stato, ai crediti (quasi) senza condizioni del ‘fondo salva-stati’, dallo Sure sull’occupazione ai prestiti alle imprese della Bei. Per un’Europa a lungo criticata – spesso a ragione – di immobilismo si tratta di una prova di forza.

Ma alcune questioni ‘tecniche’ rimangono aperte, mentre si attendono le reazioni dei paesi ‘frugali’ del Nord che potrebbero intralciare l’entrata in vigore del Recovery Fund (e ridurne le ambizioni). Uno scenario da evitare a ogni costo perché la tempistica è cruciale per una crisi che morde già oggi e che necessita di misure da implementare con prontezza ed efficacia per essere avvertite anche dai cittadini.”

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