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L’incontro a Trento con Patrick Oungre: Nuovi modelli Business rivoluzioneranno il modo di pensare

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Allentata la morsa del Covid-19 abbiamo incontrato a Trento  Patrick Oungre uno dei maggiori esperti di open innovation in Italia trento ed oggi Group Head of Innovation di A2A, multiutility Italiana leader nei servizi ambientali e nel teleriscaldamento e ai vertici nei settori energia, calore, reti e tecnologie per smart city, quali sono i principali cambiamenti che le aziende stanno affrontando per guidare l’innovazione.

Un primo grande tema che accompagna ormai da qualche anno le conversazioni della business community è il concetto di “tecnologie esponenziali”. Proviamo a capire insieme di cosa si tratta e perché è così importante per un’azienda saper cogliere questa opportunità. Il primo aspetto da considerare è che stiamo parlando di un fenomeno esponenziale. Tipicamente vengono utilizzate diverse metafore per spiegare questo concetto, ma una in particolare, mi ha sempre convinto più di altre e credo risulti immediatamente intuitiva: 30 passi lineari corrispondono a circa 30 metri. 30 passi espo

nenziali corrispondono a circa 1 miliardo di metri il che, tradotto, significa che ci permettono di andare sulla luna, circumnavigarla una ventina di volte, ritornare sulla terra.

Alla luce di questa nuova consapevolezza, è chiaro come le tecnologie esponenziali impongono di riprogrammare il concetto di cambiamento per favorire modelli di innovazione dal potenziale incredibile. Inoltre, diversamente dal progresso lineare, se osserviamo l’evoluzione della tecnologia nel tempo, la sua performance raddoppia con periodicità e così decresce il suo costo. E con l’avvento del Quantum Computing la curva del progresso tecnologico, storicamente espressa con la legge di Moore, potrebbe essere rimessa in discussione in modo profondo.

(Patrick) trento Perché questa evoluzione tecnologica diventa progressivamente alla portata di tutti… nostra, dei nostri clienti e dei nostri competitors. Il suo costo progressivamente marginale rende la tecnologia ed il progresso integrabili in contesti aziendali creando evidentemente nuove opportunità per le aziende in grado di interpretare questi cambiamenti.

Ma questa tecnologia, come detto, è alla portata di tutti. E pertanto rappresenta al contempo una grande opportunità ma anche un grande rischio, da controllare e mitigare.

E qui veniamo al secondo grande fenomeno che impatta sul modo di fare innovazione delle aziende. Patrick Oungre

L’enorme offerta di tecnologia ed innovazione presente sul mercato.

Avrete senz’altro sentito parlare di startup. Spessissimo sono proprio le startup che più rapidamente delle grandi aziende riescono ad interpretare e far leva sul progresso tecnologico, realizzando nuove soluzioni, prodotti modelli di business… e talvolta sono talmente evolute le soluzioni realizzate, che le idee realizzate da piccoli team possono rappresentare delle minacce o al contrario opportunità, anche per grandi gruppi industriali.

Nell’ultimo decennio ci sono stati numerosi casi di disruption: ve ne racconto uno.

Nel 2007  Nokia (la famosa azienda a quel tempo leader nella produzione dei telefoni portatili) decide di acquisire Navtec leader nel settore dei sensori stradali per la cifra di 8,1 miliardi di dollari.

Tenete conto che nel 2007 Nokia valeva in borsa più di 100 miliardi di dollari e aveva un utile netto di 6,7 miliardi. Questa operazione le avrebbe consentito di contrastare la crescita di Google nel campo dell’informazione in tempo reale e mitigare gli effetti del lancio di un nuovo “telefono” (iPhone!).

Proprio nei giorni in cui Nokia decideva l’acquisizione, una piccola start up di nome Waze nasceva in Israele.

Navtec e Waze facevano la stessa cosa: raccogliere informazioni in modo da avere notizie sul traffico in tempo reale. Ma mentre Navtec investiva in hardware e sensori stradali, Waze raccoglieva le informazioni attraverso i sensori gps integrati nei cellulari degli utent acquisendo nuovi sensori e aggiornamento banca dati praticamente a costo zero.

Patrick Oungre trento

Risultato? Nel 2012 Nokia scendeva a una valutazione di mercato simile al costo di acquisizione di Navtec… e nel 2013 Google acquisiva Waze per poco più di un miliardo di dollari e si portava a casa circa 50 milioni di sensori/utenti.

Cosa imparare da questa storia. Per le aziende oggi più che mai è essenziale essere in grado di intercettare i fenomeni del momento, tecnologici, sociali economici. E spesso le startup sono un’ottima rappresentazione non solo di trend consolidati ma anche di micro trend che potrebbero diventare rilevanti anche in tempi rapidi. Seppur piccole rispetto a qualsiasi grande corporate, queste piccole organizzazioni possono trovare oggi la strada per diventare minacce anche per grandi gruppi industriali. E Questo vale per qualsiasi industry.

E questo concetto è ancor più vero se pensate che oggi nascono ogni anno circa 50 mln di nuove startup. Se è vero che ne sopravvive il 90%, il resto è terreno che le aziende devono essere in grado di presidiare.

Il grande fermento che esiste fuori dalle mura aziendali, mi porta ad introdurvi il terzo grande fenomeno che guida da più di un decennio la trasformazione delle aziende nel fare innovazione.

Il passaggio dalla cosidetta close innovation alla open innovation. Introdotta a livello accademico all’inizio degli anni 2000 da Henry Chesborough, l’open innovation recita un principio molto semplice: “le aziende dovrebbero guardare oltre i confini della propria azienda nel fare innovazione per cogliere le opportunità derivanti dal progresso tecnologico, facendo leva non solo sulle menti brillanti dei propri dipendenti, ma cercando risposte, spunti, idee e soluzioni all’interno di un ecosistema globale”. Seppur semplice nella sua definizione, questo paradigma a distanza di ormai 20 anni continua a rappresentare una sfida molto complessa da un punto di vista organizzativo perché scardina i più tradizionali modelli di gestione della conoscenza oltre che richiede un cambio di mindset molto importante per superare la cosidetta sindrome del not invented here, ossia la resistenza a considerare applicabile al proprio contesto e di valore tutto ciò che nasca al di fuori dalle mura della propria azienda, spesso sbagliando. Non da ultimo questo paradigma viene spesso implementato dalle aziende in modo molto superficiale riducendone il valore potenziale. Ma di questo parleremo in una pillola dedicata. Ultimo grande tassello della trasformazione che il mondo dell’innovazione sta avendo ormai da anni è rappresentato dal tentativo delle aziende di provare a cambiar pelle e assomigliare sempre più proprio alle startup. Non sono più ammessi tempi lunghi di gestazione, prototipazione e realizzazione tipici di modelli più tradizionali ma sono sempre più promossi metodi agili e leggeri di innovare, orientati alla sperimentazione rapida, al fallimento, all’avvicinamento molto early con il proprio cliente finali…e questo per ridurre il rischio di insuccesso. Forse allora ha finalmente senso guardare all’innovazione come una disciplina manageriale e non più come un progetto od un programma. Forse l’innovazione è finalmente degna di essere non più considerata come la “missing function” di cui parla Eric Ries, ma di essere degnamente integrata all’interno delle organizzazioni come funzione stabile, con chiari ruoli ed obiettivi ed in grado di guidare ed accompagnare le sifide di business dei propri colleghi.

 

 

 

 

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