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il matrimonio più bello ai tempi del Covid-19: il primario Filippo Manelli tra gli invitati

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Ci sono fiori che hanno la forza di sbocciare nel deserto. E altri che fanno capolino dalla neve. Così come ci sono storie che, in mezzo al dolore rovente, hanno la capacità di dare speranza, di lenire piano la sofferenza. Angelo, classe 1959, alle nozze non ci aveva mai pensato più di tanto: la sua relazione con Diane durava da tanto e i figli ormai erano grandi. Certo, quelle volte in cui ci ha riflettuto si immaginava una cerimonia classica, con gli invitati, i vestiti eleganti e la festa con gli amici. Invece il suo matrimonio si è celebrato in fretta e furia in una camera dell’ospedale di Esine, con un occhio all’orologio perché di lì a poco tutti sapevano che sarebbe stato intubato.

Il coronavirus l’aveva colpito forte e a inizio marzo è stato ricoverato: dopo alcuni giorni a casa con la febbre, il suo medico ha consigliato di andare al pronto soccorso. Negli ospedali cittadini non c’era posto e lui, che per lavoro frequenta spesso le strutture sanitarie, ha chiamato a Esine, dov’è stato accolto. Nelle ore di sofferenza trascorse in corsia ha pensato tanto alla compagna ed alla vita. Temeva che gli potesse succedere qualcosa e quel peso era quasi più opprimente della febbre. Ha chiamato il suo avvocato ed espresso un desiderio, non l’ultimo, certo, ma preciso: si voleva sposare, voleva suggellare ufficialmente l’unione con Diane per tutelare lei ed i figli, ma non c’era tempo da perdere in documenti e burocrazia.

Il legale ha fatto il «miracolo», supportata dalla direzione dell’Asst e dal Comune. E così, sabato 7 marzo, in una camera spoglia, è stato celebrato il matrimonio più bello ai tempi del Covid-19. A officiare c’era Emanuele Moraschini, primo cittadino di Esine, come testimoni due dottoresse e come invitati il direttore generale Maurizio Galavotti e il primario di Pronto soccorso Filippo Manelli. Oltre ovviamente ai compagni di stanza, stupiti da quell’insolito via vai.

Tutto il gruppetto era in sicurezza: mascherine, camici, calzari, guanti, abiti non proprio eleganti ma d’ordinanza per la situazione. A non mancare, come in un matrimonio di quelli canonici, l’emozione. Tutti, anche chi aveva conosciuto la coppia solo pochi minuti prima, avevano il cuore gonfio di commozione. Paolo ricorda ogni cosa: «Il rito del matrimonio è stato esattamente quello che conosciamo in forma civile, solo che io ero a letto e tutti gli altri intorno. Non ci siamo scambiati gli anelli, a quelli ci penseremo. Prima di iniziare il mio vicino mi ha fatto il pollice all’insù e mi ha dato coraggio».

Poi, dopo la cerimonia, nessun ricevimento e una sorta di «viaggio di nozze», se così si può chiamare, in solitaria in terapia intensiva per dodici giorni. Sabato 4 aprile Paolo è tornato a casa, nel suo paese nella Bassa dove sta trascorrendo la quarantena. Nel bouquet di Diane, unico segno delle nozze classiche, c’erano orchidee e mimose. Belle e delicate come questa storia.

fonte: https://www.giornaledibrescia.it/storie/coronavirus-il-punto/io-che-mi-sono-sposato-appena-prima-di-essere-intubato-1.3472805

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