ARTE

Ugo Nespolo Mirabili fantasie

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A “leggere” il distendersi dell’opera di Ugo Nespolo, si ha l’impressione del passare del tempo, del suo produrre traumi e mutamenti, in maniera del tutto diversa, dalle tante epoche, di cui abbiamo memoria e conoscenza, in un gioco di contenitori e di contenuti che, nella loro vastità, mantengono persistenze, in equilibrio precario, con i tanti scatti e le tante innovazioni, che fanno la differenza, anche nell’arco di una vita individuale,  inquieta e nomade, fatta di apprendimenti e di dimenticanze, di fascinazioni del passato e di inquiete fughe in avanti. La sua pratica artistica, elaborata e complessa teoria del gioco, risale a Duchamp, come suo padre nobile e alla Pop art,  come compagna di strada, in un itinerario multidirezionale, che possiamo definire del falso movimento, nel  senso che non si riesce a determinare un punto di partenza e un punto d’arrivo, ma una serie di dinamiche laterali, contraddittorie, che danno un senso al non senso e forniscono un linguaggio ad una natura tutta emozionale e logica al contempo. La dialettica natura-cultura, appare in tutta la sua evidenza, nel gonfiarsi dei significati, che non hanno un codice preciso, perché vivono di somiglianze, di accostamenti, che sanno più d’inganno che di verità chiuse. È una enciclopedia per opere, che si succedono come delle apparizioni, che possono appartenere a dolci sogni, così come alla struttura del terrore, vista l’ambiguità dei tanti numeri, insetti, lettere, colorati a forti tinte, mimetiche pulsazioni che vengono da complessi impianti estetici e logico-matematici, così come da un’infanzia, mai del tutto consumata, nell’incedere di età della vita.

 

Nespolo sente la necessità, in pieno imperversare dei linguaggi informali, di superare ogni forma d’astrattismo, per una figurazione che non ha nulla a che fare con il realismo classico, ma intenta a minare le forme della società dei consumi, tempestata dalla pubblicità e dagli idoli dello spettacolo, capace di dettare i propri imperativi dolci, sorridenti, ma inesorabili nell’imporre anche la banalità, come essenzialità. Ne emerge una figurazione scherzosa, basata su immagini che sanno di “rebus”, a misura pop, tutta cartoon, teatro e tv, ma come se fosse seria, ufficiale, monumentale, mentre prevale, oltre alla semplificazione formale, ed alla riduzione stravolgente, la dissacrazione, nel senso che si possa parlare di tutto, dicendone tutto il male del mondo. Male, che poi non viene né detto, né fatto, ma basta l’intuizione per farne una forma d’arte rimarchevole.

Il suo percorso creativo nasconde brusche sterzate, inattesi inciampi, improvvise impennate, nasconde un mondo visionario e acrobatico che si lascia solo intuire nelle opere più note. Il suo itinerario intimo, le sue meditazioni, la sua alfa, la sua omega, consegnati ad una forma spettacolare che assorbe tutte le radicalità degli ismi del Novecento, nel suo incontentabile tentativo di dare risposte a domande formali, ideali e contenutistiche, oscillanti tra il tutto e il nulla, di chi pensa all’immersione nell’impegno e di chi sostiene l’astensione da ogni cosa e da tutto.

 

Nespolo fa dell’arte la macchina scenica che gli è più confacente, nel delineare anni di grandi trasformazioni, vissuti in mezzo alla   folla vorace del consumismo segnico e mediatico, ma anche di quello complesso e caotico, fondendo e confondendo, la realtà con la fantasia, la materialità con la virtualità, come avviene nell’universo infantile e come può avvenire nelle nervature dell’arte “contemporanea”. In sostanza, un’espressione alta, di un modo di farsi semplice, della complessità, del disordine, dell’attualità, cercando di cogliere ciò che è lieve nel grave, senza negarsi niente.

 

Prof. Pasquale Lettieri
Critico d’arte

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