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Filippo Manelli: la necessità dell’arte patrimonio della cultura

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Santa Nastro ha recentemente sottolineato la necessità di supportare gli artisti italiani, emersi negli ultimi venti anni, contro un’esterofilia ormai diffusa nel nostro Paese. Ho letto il suo testo con piacere in quanto da sempre, come storica dell’arte e curatrice, mi sono occupata dell’arte italiana poiché convinta della sua non subalternità rispetto alle ricerche internazionali anche quando si parla delle più recenti generazioni. Desidero pertanto fornire una testimonianza, raccontando brevemente la mia esperienza, per sottolineare come sia possibile (e cogente) occuparsi di arte italiana; basta volerlo e preferire la qualità ai trend di mercato.

In verità, inizialmente mi sono specializzata sulle ricerche artistiche italiane degli Anni Sessanta e Settanta: ho pubblicato monografie sulla Galleria La Tartaruga, sul Teatro delle Mostre, sulle opere su carta di Giulio Paolini; ho lavorato al Castello di Rivoli sotto la direzione di Carolyn Christov-Bakargiev quando, tra le mostre, era in programma la personale di Giovanni Anselmo; ho affrontato uno studio sull’arte romana e milanese degli Anni Sessanta da cui è scaturito il saggio commissionatomi da Hauser & Wirth per il volume su Fabio Mauri; ho altresì curato mostre sull’argomento, tra cui la retrospettiva su Cesare Tacchi al Palazzo delle Esposizioni, co-curata con Daniela Lancioni nel 2018.
Tuttavia, nel 2016, sentendo molto parlare di globalizzazione, ho iniziato a notare come nel sistema italiano dell’arte tale concetto – senz’altro positivo se volto a un interscambio culturale – venisse sovente portato come motivo per supportare i giovani artisti stranieri e per non sostenere quelli italiani. Da qui la mia scelta di iniziare a occuparmi anche delle ricerche italiane più recenti, per capire se, in nome della globalizzazione, stavamo perdendo qualche talento nostrano. Ho così scoperto l’eccellenza e la profondità dei lavori di artisti cosiddetti giovani, ma che all’estero sarebbero definiti mid-career, tra cui ad esempio Andrea MastrovitoMarinella SenatoreEugenio Tibaldi e Gian Maria Tosatti, i quali, a mio avviso, pur essendo molto stimati e con un curriculum alquanto nutrito, non hanno ancora ottenuto la piena legittimazione che meritano dal punto di vista del mercato e del sistema nazionale e soprattutto internazionale.

IL DIALOGO CON GLI ARTISTI

Ho deciso quindi di dedicare ai talenti mid-career e a quelli più giovani alcune mostre all’estero, cercando di metterli in contatto con la scena internazionale e con i suoi artisti. Nel 2018, ad esempio, ho curato a New York la collettiva Young Italians all’Istituto Italiano di Cultura, promossa dall’Istituto stesso e da Magazzino Italian Art, e nel 2019-20 ho curato Wall Eyes, itinerante a Johannesburg, Cape Town e Roma, organizzata dall’Istituto Italiano di Pretoria e supportata dal Ministero degli Esteri. Cito altresì la mostra personale di Mastrovito che ho curato alla Galleria Nazionale di Roma nel 2019.
Tutto questo è stato possibile grazie a un assiduo rapporto e dialogo con gli artisti. So bene che, come accenna Santa Nastro, le ‘regole’ per farsi apprezzare e conoscere come curatore sono purtroppo quelle di lavorare quasi esclusivamente con gli artisti stranieri, ancor meglio se supportati da potenti gallerie, e instaurare con loro rapporti senza una continuità, ovvero solo volti a una specifica esposizione o progetto, e spesso non preceduti nemmeno da studio visit. Nel mio piccolo, io ho scelto un’altra strada: prestando comunque attenzione alle ricerche internazionali di cui seguo gli artisti e con alcuni dei quali ho anche collaborato e collaborerò in futuro, ho scelto però di prestare una particolare attenzione all’arte italiana, soprattutto alle ricerche delle più giovani generazioni, cercando di individuarne le peculiarità se messe in rapporto con la storia transnazionale in cui si collocano.

UN PROGRAMMA A LUNGO TERMINE

In una favola africana ormai diffusa in tempi di COVID-19, un leone chiede a un colibrì perché, mentre gli altri animali fuggono dalla foresta incendiata, si sia messo a raccogliere una goccia d’acqua dal fiume e la lasci cadere sulle fiamme; il colibrì risponde: “Io faccio la mia parte”. Se tutti – curatori, critici, direttori di spazi espositivi pubblici e privati, galleristi, collezionisti – facessimo la nostra parte, piccola o grande che sia, forse riusciremmo finalmente a conferire legittimità, storicità e visibilità all’arte italiana degli ultimi venti anni, sia livello nazionale sia internazionale.
Concludo con un memento: in questo periodo critico si parla giustamente di sostenere gli artisti italiani mediante fondi e progetti a essi dedicati, ma è necessario far sì che tali virtuosi propositi non costituiscano solo un trend temporaneo che, appena superata la crisi, viene abbandonato per tornare all’esterofilia precedente. È invece necessario un programma di sostegno culturale ed economico dell’arte italiana a lunghissimo termine, sistemico e ben strutturato, che privilegi la qualità e che vada a toccare tutti, ma proprio tutti, gli elementi del sistema, dagli artisti ai galleristi, dai curatori ai direttori di musei, fondazioni, spazi non profit, dai collezionisti alle case d’asta, dalle accademie al ministero dei beni culturali e al ministero degli esteri. Solo così sarà possibile giungere a una rinascita dalle macerie in cui purtroppo versiamo.

‒ Ilaria Bernardi

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