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Coronavirus, Il controllo sul mondo e le origini di un nuovo ordine mondiale: un sogno che si concretizza

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Non sarà la fine del mondo. Forse però il 2020 scriverà la fine ufficiale di un mondo.

Di questi tempi i richiami alla crisi finanziaria del 2008 si sprecano, ma servono più a marcare le differenze che le somiglianze tra il grande sconquasso di ieri e quello di oggi. E non solo perché questa che si profila è prima di tutto una crisi economica. Ma perché i suoi prossimi sviluppi potrebbero finire per liquidare il risultato dei faticosi sforzi di cooperazione internazionale allora avviati.

Fu proprio alla fine del 2008 a Washington che il G7, il consesso dei 7 Paesi occidentali più industrializzati del mondo, decise che fosse giunto il momento di condividere lo scettro della governance globale nel G-20 (allargato alle maggiori potenze emergenti, in testa Russia, Cina, India). L’anno dopo a Pittsburgh, la consacrazione della svolta orchestrata sotto leadership americana, Barack Obama ai primi passi, il neo-presidente idolatrato da quasi tutti. Allora l’Europa contava e premeva, ascoltata, per una reazione multilaterale al massimo. La Russia non aveva ancora invaso la Crimea, la Cina era il colosso che restava sullo sfondo.

Alla prova dei fatti e degli interessi conflittuali in campo, quella governance si è presto rivelata debole e inefficace, i G20 annuali via via sempre più liturgici e meno incisivi. Il governo della globalizzazione cominciò quasi subito a fare acqua. Il Doha Round per la liberalizzazione del commercio era fallito da tempo. Per superare la crisi finanziaria ognuno andò per la sua strada, Obama per primo, ognuno con i suoi piani di salvataggio e le proprie regole. Anche se un simulacro di coordinamento rimaneva in piedi.

Oggi, 12 anni dopo, tutto questo è trapassato remoto. Non sono le prove di governance più o meno riuscite ma quelle di caos globale a tenere la scena.

Non solo perché il coronavirus è il nuovo flagello mondiale che ha colto tutti di sorpresa, fa ballare le Borse, spezza le catene del valore e chiama recessione. E per di più si incrocia, aggravando ulteriormente il quadro economico generale, con la guerra del petrolio in atto tra Russia e Arabia Saudita: la prima spera con i mini-prezzi di affondare la produzione americana da shale destabilizzando anche Wall Street, la seconda ha vari conti da regolare dentro e fuori dall’Opec (ammesso che il gioco non sfugga di mano a entrambe).

A far barcollare il fragile ordine mondiale nato a Pittsburgh nel 2008, che ben poco aveva in comune con quello di Yalta saltato nel 1989, è stata la fine degli ammortizzatori politico-diplomatici che riuscivano in qualche modo a puntellarne almeno l’architettura formale. È stata la rottura plateale degli equilibri di potenza che ha scatenato e continua a scatenare una sorta di corsa al liberi tutti, in cui tutti ma proprio tutti, grandi, medi e piccoli attori, si sentono autorizzati ad agire fuori da tutti gli schemi e senza limiti apparenti.

L’America di Donald Trump è diventata la personificazione stessa degli stravolgimenti fuori da tutte le righe: sventolando le bandiere dell’America first ha liquidato il multilateralismo (peraltro in crisi da tempo) per giocare sul doppio tavolo dei rapporti bilaterali imbevuti di aggressività economico-commerciale e di disimpegno politico-militare in un’alternanza di stop and go imprevedibili e quasi sempre destabilizzanti per gli interlocutori. Dalla Cina alla Nato fino all’Europa.

Da difensori e animatori dell’ordine internazionale, quasi sempre il loro, gli Stati Uniti ne sono diventati i nuovi destabilizzatori, per raddrizzare i vecchi e restare al centro dei nuovi equilibri mondiali. Con la Cina di Xi decisa più che mai a conquistare il ruolo di principale antagonista per cominciare. Con la Russia di Putin non meno determinata a sedere nel triangolo dei più Grandi. E l’Europa che in poco più di un decennio è entrata in piena dissolvenza, una comparsa ai limiti dell’irrilevanza completa ormai su qualsiasi scacchiere decisionale.
La partita senza esclusione di colpi che oppone vecchi e nuovi padroni del mondo inevitabilmente apre praterie alle ambizioni di grandi e piccoli vassalli regionali. Libia, Siria, Turchia solo alcuni degli esempi affacciati sul Mediterraneo. Ma forse è il sultano di Istanbul quello che oggi merita il premio del più spregiudicato agente provocatore.

Approfittando dei disordini di potere che gli aprono spazi di manovra insperati, il presidente Recep Tayyip Erdoğan mesta e guerreggia nei torbidi dei vicini ma in Siria, dove si scontra con la Russia di Putin, rischia di pagarla cara. E lo sa. Perché comprando contemporaneamente i missili russi, si è alienato Stati Uniti e alleati Nato. Perché, ritrovandosi con le spalle al muro, ha pensato bene di ricattare l’Europa con l’arma dei migranti che è stato pagato, 6 miliardi, per ospitare in Turchia.

L’altro ieri la sua missione a Bruxelles per battere di nuovo cassa ha sbattuto contro il no di Ue e Nato. Ma l’Europa finirà per pagarlo di nuovo pur di fermare la marea dei disperati. Anche se l’incontro tra due grandi debolezze non faranno la forza di nessuno dei due. Anzi.

Ma queste sono le caotiche storie di un mondo in ebollizione che non riesce a trovare la formula per mettersi in pace con se stesso e ritrovare la perduta stabilità e cooperazione per quanto imperfetta. Per questo anche un virus può tramortirlo più facilmente. Per questo gli shock del 2020 annunciano il principio di un mondo diverso. Quale, si vedrà.

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