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Addio a Jess il bandito: morto a Milano Arnaldo Gesmundo, tra i sette uomini d’oro della banda di via Osoppo

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Con Ugo Ciappina, l’ultimo rimasto in vita, è stato uno degli autori della più celebre rapina milanese del secolo scorso. Ma dopo il carcere diceva: “La vera forza di un uomo sta nel saper rinunciare a fare i soldi facili, l’ho capito tardi, nel frattempo ho pagato tutto”

E’ morto Arnaldo Gesmundo. Era chiamato, ai suoi tempi, Jess il bandito. E i suoi tempi erano gli anni del Dopoguerra. Era stato in galera a lungo, là aveva aiutato molti detenuti a scrivere ricorsi e lettere d’amore, non lo dava a vedere ma era una persona di grande profondità. E, inaspettatamente, era comparso al funerale di Giorgio Bocca: “Come giornalista ce ne aveva dette tante, ma merita rispetto”

Jess era uno degli autori della più celebre rapina del secolo scorso, quella delle “tute blu” di via Osoppo. In un’epoca in cui un impiegato guadagnava una paga mensile di 150mila lire, come 75 euro di adesso, sette uomini d’oro arraffarono 614 milioni di lire, 116 dei quali in contanti, diventando in tre minuti ricchissimi. Era il 27 febbraio del 1958. Di quella banda rimasta nella leggenda nera è rimasto vivo solo Ugo Ciappina, che con Jess non si parlava più da decenni. Il primo non ama gli estranei, specie i giornalisti, e interviste vere non ne dà da sempre, al limite brontola qualche frase. Con Jess, molto simpatico, invece capitava di vedersi a qualche spettacolo sulla mala e alle presentazioni dei libri. E sino al dicembre del 2010, era vivo un terzo superstite della “rapina motorizzata”. Si chiamava Luciano De Maria e, a suo tempo, aveva fatto da paciere tra Ciappina e Gesmundo. Un grande affabulatore e, nonostante l’età, un incrollabile romantico. Nei mesi prima che un aneurisma lo portasse via, era molto triste per aver lasciato una ragazza, molto più giovane di lui: “Solo se si stacca da me, può rifarsi una vita, io quanto potrò vivere? Però da quando non la vedo sto male come un adolescente”. Ed era rimasto amico di Jess, non certo di Ciappina.

Erano stati in sette, a fare l’assalto al furgone. Costituivano un mix di ex partigiani, ex carcerati e professionisti di rapine. La dinamica è semplice. Sono quasi le 9,30 del mattino, hanno seguito il percorso dei soldi che escono dalla banca d’Italia e vanno in giro per le banche, è giorno di stipendi, si pagavano in contanti. Sanno dove colpire. Uno dei gangster è a bordo di un camion, sperona il furgone portavalori, che s’arena. Un altro corre a spaccare il finestrino della guardia giurata con un martello e la disarma, due caricano i sacchi con contanti e documenti. Altri “curano” la zona e Nando il terrone, pugliese di San Severo – prima prova accertata del lungo e caldo connubio Puglia-Milano anche nel crimine – tiene su di giri il motore dell’auto principale che serve per la fuga. Quando li beccano, dopo un’indagine da manuale, ma corroborata dalla classica spiata alla questura, finiscono dritti a processo. La condanna è di una ventina d’ anni a testa. Cambiano stile di vita. Solo in età matura, da di questo non parlavano molto, ovviamente.

Però con il giornalista Matteo Speroni Gesmundo ha scritto un suo libro: “Jess, il ragazzo di via Padova” (Milieu edizioni), che riporta i lettori, senza retorica, indietro nel tempo. Non è morto di coronavirus, ma di un’infezione, mangiava sempre meno e le cure non sono più servite. Se ne va un uomo completamente diverso, che diceva: “La vera forza di un uomo sta nel saper rinunciare a fare i soldi facili, l’ho capito tardi, nel frattempo ho pagato tutto”

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