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Kabul, la città dei mutilati: i racconti di vite spezzate dall’ospedale di Emergency

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«Il mio bambino giocava a palla, poi l’ho sentito gridare. Correva verso  di me, senza un braccio». E ancora: «Mi sono risvegliato in ospedale e ho visto allo specchio il mio volto, sfigurato per sempre». «Ero con le pecore, ho sentito un botto. Quando ho riaperto gli occhi non avevo più una gamba». Ecco le voci nella capitale afghana


La guerra in Afghanistan è una condizione di vivere, si vede sui volti delle persone in strada, prima ancora che nei segni che i combattimenti hanno lasciato sui loro corpi. Segni che sono amputazioni, di mani, di braccia, piedi o gambe. Segni che sono occhi persi a causa di un’esplosione, o schegge di mortai che hanno lacerato organi vitali, o proiettili vaganti che arrivano dalle montagne dove i talebani combattono contro le truppe governative e tranciano – di netto – il braccio di un bambino di due anni.

La guerra in Afghanistan la raccontano i numeri: due milioni di morti, 700 mila vedove e orfani, un milione di bambini cresciuti da esuli in campi profughi fuori dal paese. Solo nella prima metà del 2018 ci sono stati 1.700 civili uccisi, quasi 300 al mese. Secondo una recente analisi della Bbc, i talebani – nonostante i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nel tentativo di sconfiggerli – sono attivi nel 70 per cento del paese. Controllano e minacciano aree molto più estese rispetto al 2014, anno in cui le truppe straniere hanno parzialmente lasciato l’Afghanistan. A destabilizzare ulteriormente il Paese, a complicare una guerra che sembra non avere fine, c’è anche l’Isis: nonostante una presenza meno capillare nel paese rispetto ai gruppi talebani, diffondono terrore attraverso attacchi suicidi, sempre più frequenti, sempre più feroci.

La guerra in Afghanistan è la paura di uscire di casa al mattino e non fare ritorno. Questa paura la racconta chi è sopravvissuto agli attentati, nell’ospedale di Emergency, a Kabul.

Ali Khan Eshag, 28 anni, studente di scienze sociali e sarto, sopravvissuto all’esplosione del 22 aprile al centro di registrazione elettorale
«Sono uscito di casa in motocicletta, come ogni giorno, stavo cercando uno dei posti dove vengono distribuite le tessere per la registrazione elettorale per le prossime elezioni. Ho chiesto a un poliziotto conferma che potessi registrarmi in quell’ufficio. Giusto il tempo che mi dicesse di sì – e improvvisamente un’esplosione. Sono caduto a terra, ho perso i sensi. Quando ho riaperto gli occhi ho visto un bambino che gridava, un altro bambino che correva in mezzo ai cadaveri strillando “mamma”, due o tre poliziotti morti accanto a me e decine di altri corpi, di uomini, donne, e i bambini con addosso ancora gli zaini per la scuola. Era mattina presto. Tutti hanno paura che dopo una bomba ne arrivi un’altra. Tutti hanno paura di tutto.
All’inizio non ho capito che il mio volto era completamente ustionato, sentivo solo il dolore alla gamba, e vedevo che ero stato colpito da una scheggia. Dopo due giorni in ospedale mi sono guardato allo specchio, ho visto il mio volto e ho pensato: niente sarà più come prima, la mia vita non sarà mai più la stessa.
Mia moglie non sa né leggere né scrivere, lavoriamo tutt’e due, come sarti, anche se io prima volevo continuare a studiare, volevo prendere una laurea. Studiavo scienze sociali, avrei voluto approfondire la storia del mio paese e raccontare le tradizioni di tutte le comunità che lo compongono, avrei voluto raccontare le sfumature dell’Afghanistan, far capire alle persone che questo nostro paese può essere tante cose diverse. Che non è solo guerra e violenza. Ma ora non ci credo più nemmeno io. Mia moglie è sola: piange e lavora, piange e lavora. Non può smettere di lavorare perché non sapremmo come andare avanti ora che io sono rimasto ferito, ma mi telefona dalla sartoria e piange, continuamente.
Tempo fa mi aveva detto: per quelli come noi è tutto inutile qui, mi ha detto: dovremmo andare via. E io le ho detto: no, restiamo qui, non ce ne possiamo andare tutti. Lei ha detto: ma restiamo qui per cosa?
Ora sono pentito, avremmo dovuto provare a scappare di qui.
Vorrei essere andato via in tempo, per la povera gente non c’è mai speranza».

Youssef, capo infermiere terapia intensiva, 38 anni, tre figli
«Rispetto a dieci anni fa qui la vita è cambiata completamente. Prima ci sentivamo più fiduciosi, ma ora, ora no. Perché i confini della guerra non sono chiari, questa guerra è come la nebbia. Per i bambini è diventato pericoloso uscire di casa per andare a scuola e per tutti noi è diventato angosciante uscire di casa per andare a lavorare. Sappiamo che ogni passo che facciamo fuori di casa ci espone al pericolo di essere sorpresi da un attacco suicida. La gente vorrebbe camminare, guidare, andare in bicicletta, senza provare ogni secondo il terrore di morire. La mattina quando esci di casa saluti tua moglie sempre come se fosse l’ultima volta.
Io ho tre figli, due femmine e un maschio. Essere padre a Kabul è difficile. Mia figlia ha undici anni, mio figlio ha nove anni. Piange, mi dice: papà, papà non voglio andare a scuola, ho paura. Non si è ripreso da quando c’è stato un attentato vicino a casa nostra.
Un giorno ero con lui nella palestra vicino a casa, mi ha chiesto di uscire per comprare una bottiglia d’acqua. Gli ho detto sì, perché la bottega è vicina. Improvvisamente c’è stato un black out, il suono di una esplosione ha rotto l’aria. Poi ho visto solo polvere. I vetri delle finestre si sono disintegrati, sono stati pochi secondi. Io pensavo: figlio mio, dove sei? E ho sentito una voce, nel buio: «Papà, papà!».Mi stava chiamando, aveva il volto completamente coperto dalla polvere che era caduta dalle pareti e dai soffitti, per l’onda d’urto. L’ho abbracciato forte. Ma stava bene. Da allora lui è sempre spaventato.
Lavoro in questo ospedale dal 2006. Dieci anni fa c’erano quattro ricoveri per colpi d’arma da fuoco al mese, ora ogni giorno riceviamo dai dieci ai quindici pazienti, oggi qui ci sono cento persone, abbiamo due letti liberi. È sempre così.
Devo cambiare un pezzo di me ogni giorno per tollerare tutto questo dolore.
Perché non ti abitui mai a portare a una madre il corpo di un bambino di nove mesi colpito da una scheggia alla spina dorsale, avvolto in un lenzuolo bianco, morto».

Muhammad Youssef, contadino, padre di Ansarullah, 2 anni, colpito da un proiettile vagante nell’area di Ghazni sede di scontri tra talebani e truppe governative.
«Veniamo dalla provincia di Ghazni. Quel giorno, un’ora prima della tragedia, io e mia moglie stavamo lavorando la terra – siamo contadini, gente umile – e i nostri figli stavano giocando. Poi sono rientrato in casa, ho detto a mia moglie che sarei andato a lavarmi e ho lasciato alle mie spalle i bambini che giocavano a palla.
Sulle montagne intorno casa nostra combattono, combattono quotidianamente. Le truppe governative contro i talebani. Ci siamo abituati, la vita in Afghanistan è così.
Improvvisamente, ho sentito le grida di mio figlio, ho aperto la porta e l’ho visto correre nel corridoio gridando «Mamma! Mamma!». Non aveva un braccio, un proiettile l’ha tranciato.
Ci vogliono due ore e mezzo per arrivare qui dal nostro villaggio, due ore e mezzo di pianti e grida.
Mi hanno spiegato che la pallottola è arrivata dall’alto e da lontano, perché se un proiettile così grande avesse colpito mio figlio da vicino, l’avrebbe disintegrato. È stato fortunato, mi dicono.
Ho 4 figli, oltre a Ansarullah, tre maschi e una femmina, l’ultimo ha venti giorni. Ma la vita è così, i tuoi figli stanno giocando e improvvisamente un proiettile arriva dalle montagne che sono così belle e così pericolose, e distrugge la vita di tuo figlio, senza motivo. E tu non puoi fare nulla, lo ascolti piangere e guardi gli occhi di un bambino che a due anni sono già diventati tristi e forse rimarranno tristi per sempre.
Non le dimentichi le urla di un bambino con un braccio staccato da un proiettile mentre giocava a palla».

Sabray 16 anni, comunità nomade Kuchi, ha perso una gamba per l’esplosione di una mina
«Siamo nomadi. Ci spostiamo con le tende e le pecore da una parte all’altra del paese e viviamo di pastorizia. Non so né leggere né scrivere e di guerra non so niente, sono solo una ragazza. Quel giorno stavamo piantando la tenda in un posto che conoscevamo già, diverse volte avevo portato lì le pecore al pascolo. Era un giorno della scorsa primavera, era tutto bello, c’erano i fiori colorati. Ho camminato verso un albero con le pecore e ho sentito l’esplosione. Quando ho riaperto gli occhi ho visto che non avevo più una gamba.
Eravamo in mezzo alle montagne, non c’era niente lì vicino, né case né ospedali, niente. Il quelle montagne si va solo a pascolare, non serve l’ospedale. Ma a me serviva, non avevo più la gamba, e le ferite sulla mano.
Allora i miei fratelli hanno preso due pezzi di legno, li hanno sistemati sulle loro spalle e mi hanno distesa lì sopra, e hanno camminato, per tre ore in mezzo alle montagne per portarmi all’ ospedale. Io sono solo una ragazza, e ora sono anche un peso per la mia famiglia. Ma penso che sono fortunata, potrei essere morta ora, invece mi mancano solo qualche dito e una gamba».

Ahmadshah Azimi, 27 anni, fotografo e giornalista, tre figlie, sopravvissuto alla seconda bomba dell’attentato del 30 aprile
Questo è solo uno dei tanti attentati che ho visto in questa città come reporter, ho una moglie, tre figli e un lavoro. Ora ho qualche amico di meno, però. Mi sono morti accanto, ieri. Faccio questo lavoro per passione e perché ne ho bisogno, lavoro 24 ore al giorno. Da una parte all’altra della città. Mi chiamano per dirmi che c’è un attentato e io corro. E dappertutto la nostra gente, i nostri bambini, le nostre donne. Tutti morti.
L’altra mattina sono corso lì, mi hanno chiamato: una bomba a Shash Darak. Erano da poco passate le sette. Ho preso la mia attrezzatura e sono corso, come ogni volta, ho tirato fuori la telecamera e cominciato a girare e scattare fotografie.
Poi ho fatto qualche passo indietro e ho cominciato a controllare come fossero venute le mie fotografie, i miei amici avevano appena sistemato i cavalletti, qualcuno si stava avvicinando ai resti dei corpi, delle scarpe, delle borse, degli zaino scolastici, ero girato di spalle, dietro di me i miei colleghi, e di colpo l’esplosione: sono caduto a terra, quando ho riaperto gli occhi ho visto i miei colleghi, a qualcuno mancava un braccio, una gamba, stavano morendo. Ho chiuso gli occhi e li sentivo solo dire: Ho paura. Ho aperto gli occhi e li sentivo solo dire: aiutateci per favore. Ieri sono morti nove giornalisti a Kabul  ma non sono i giornalisti l’obiettivo.
Ognuno è un obiettivo a Kabul. Ognuno di noi. Cos’è il giornalismo in Afghanistan? Cos’è il giornalismo a Kabul?
Il giornalismo in Afghanistan è un libro bianco che deve essere scritto.

 

 

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