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GENOVA: La procura annulla tutto: “Non è reato rovistare nella spazzatura”

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L’ordinanza dell’assessore alla Sicurezza Stefano Garassino fece discutere molto. I giudici hanno assolto tutti i rovistatori

Sarà capitato anche a voi vedere qualcuno che rovista nei cassonetti di immondizia, cercando qualcosa di utile. Ma a nessuno è mai passato lontanamente per la testa che quel gesto potesse essere un furto. Eppure, alla Procura di Genova è giunta una dozzina di denunce, inoltrate dai vigili urbani. Così, sono state messe in un unico fascicolo – con l’ipotesi di reato di furto prevista dall’articolo 624 affidato al pm Alberto Landolfi. Che però non ritiene il prelievo di qualsiasi rifiuto solido urbano dai bidoni reato, “mancando il valore dell’oggetto”. Tanto che ha chiesto l’archiviazione dei diversi casi.

Succede nella città dell’assessore “sceriffo”: Stefano Garassino, che ha fatto approvare la delibera e firmare dal sindaco l’ordinanza che prevede multe fino a 200 euro a chi rovista nei cassonetti (ma solo se non lo fa per cercare da mangiare). Un provvedimento che modifica il regolamento di polizia urbana, con la giustificazione di contrastare fenomeni di degrado nelle aree del centro storico, del porto antico e della “city”. Potrebbe essere stata questa ordinanza a “spingere” la polizia municipale ad inoltrare le denunce di furto.

Stessa ordinanza a Sanremo: il nuovo regolamento per la gestione dei rifiuti solidi urbani, infatti, contempla una multa da 25 a 300 euro per “cernita, rovistamento e/o asporto dei rifiuti conferiti al servizio pubblico di raccolta”. Anche se il provvedimento è stato contestato dal gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle: “Chi rovista nei cassonetti, solitamente, è un anziano disperato alla ricerca di cibo, che spera di trovare nei rifiuti qualcosa per il pranzo” A Genova, nei giorni successivi all’entrata in vigore dell’ordinanza del sindaco Bucci, ha risposto il “Gruppo spontaneo di cittadinanza attiva” (insegnanti, studenti medi, abitanti del centro storico), lanciando un flashmob contro quella che definiscono “l’ordinanza contro la povertà”.

Quella che può sembrare una strampalata vicenda – tra i vigili che denunciano e la magistratura che “assolve” – ha dei precedenti.
Sopratutto nelle grandi città e con l’acutizzarsi della crisi e della povertà, dove la “caccia alla spazzatura” è sempre più frequente da parte di senzatetto, vagabondi e indigenti. E però per il nostro ordinamento si tratta di attività illecita. I vigili urbani genovesi in proposito avrebbero interpretato una sentenza della Cassazione: “i rifiuti collocati nei bidoni, hanno comunque un valore sociale, potendo essere riciclati o essendo necessaria la loro eliminazione dalla circolazione per motivi di salute (si pensi al cibo). Soprattutto essi divengono immediatamente di proprietà del Comune”.

A sostenere questa tesi è stato il Codacons, che nel 2013 presentò un esposto alla Procura di Roma e una diffida per mancato controllo al Comune capitolino. E con la sentenza numero 350 del 23 febbraio 2016 la sezione penale del Tribunale di Udine ha condannato un uomo per aver “rubato” dall’area della piazzola due televisori abbandonati. Per il giudice i beni conservano comunque un valore economico, anche se dismessi. Non è così per il pm Landolfi, che ha scavato nel codice penale. Uno degli articoli recita che “la punibilità del reato non sussiste se l’oggetto dell’appropriazione non ha alcun valore economico”. D’altra parte lo aveva stabilito la Corte d’Appello di Trento con la sentenza 12 dicembre 2003, riformando la sentenza di condanna da parte del giudice di primo grado.

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