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Il tesoro intoccabile sottratto ai clan Ville, attici e garage restano inutilizzati. La Regione: ora usiamoli per progetti di edilizia sociale

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C’è un tesoro ancora nascosto. Poco noto e meno ancora utilizzato. Impigliato tra le maglie della giustizia e degli interminabili ricorsi e controricorsi amministrativi che i codici italiani hanno partorito negli anni. E dentro c’è un po’ di tutto: ville con piscina, rustici rosicchiati dai rovi, appartamenti più o meno appetibili, attici, garage, vecchie cascine, terreni agricoli o edificabili, capannoni, villette a schiera. Perché per i boss della ’ndrangheta e per i suoi fiancheggiatori investire i soldi dei traffici illeciti in beni materiali e durevoli è sempre stato il passaggio obbligato di una strategia criminale molto più complessa di quanto appare.

Va da se che l’Italia del Nord – in questo segmento e non solo – è stata la più grande lavatrice delle holding calabresi, regine del narcotraffico mondiale, capaci di importare tonnellate di cocaina per piazzarle nelle metropoli della pianura padana. A Torino e provincia, l’elenco è costellato di 146 «voci» (576 particelle complessive se si contano le cosiddette «pertinenze»). Il valore non è quantificabile. Ma – tra immobili, appezzamenti e denaro contante – supera ampiamente i 100 milioni di euro. Sono tutte proprietà finite nelle maglie degli 811 processi penali negli ultimi anni contro la criminalità calabrese – solo a Torino e provincia – o delle misure «patrimoniali» istruite dai magistrati della Dda e dalle diverse polizie giudiziarie sabaude, uno dei distretti più attivi del Nord che ha segnato il passo della lotta al crimine organizzato aggredendone gli immensi patrimoni.

 

UN BANDO REGIONALE

E così la Regione ha deciso che questo sconfinato tesoro debba essere riutilizzato per scopi sociali. «Vogliamo destinare le abitazioni acquistate con il denaro frutto di attività criminose ad iniziative che saranno in grado di aiutare concretamente le fasce più deboli della popolazione» – chiarisce il governatore Sergio Chiamparino. Per questo, tutti i Comuni hanno tempo fino al prossimo 30 ottobre per aderire al bando che prevede l’acquisizione e il riutilizzo di questi beni. Per adesso le risorse stanziate sono di 200 mila euro, con una quota di cofinanziamento per gli interventi a carico del Comune del 50%. Il tetto massimo assegnabile sarà di 50mila euro per ciascun intervento. «Capisco che non sia una grande somma ma, l’importante era partire e dare un segnale forte – ammette Monica Cerutti, l’assessore regionale alle Pari Opportunità -. Abbiamo innescato un circolo virtuoso che mi auguro possa far partire altri progetti in questa direzione». Tutte le domande saranno esaminate da un comitato tecnico di valutazione.

 

I SOGNI DEI SINDACI

A Paolo Biavati, il sindaco di San Maurizio Canavese la villetta confiscata ad un usuraio nel 1999 farebbe molto comodo. «Avevamo chiesto l’assegnazione un po’ di anni fa, poi tutto è finito nel dimenticatoio – riflette Biavati -. Ora pensavo di sistemare lì la sede di varie associazioni, peccato che, per rimuovere l’amianto e ripulire gli arbusti cresciuti intorno all’edificio, malcontati occorreranno 10mila euro». A Volpiano, autentica roccaforte delle famiglie originarie di Platì, (dove un bene confiscato già nel 1993 è diventato la sede dei vigili del fuoco, protezione civile con la scuola nazionale cinofili) in un alloggio mansardato, a due passi dalla tangenziale, il primo cittadino Emanuele De Zuanne spera: di costruirci «una casa rifugio per donne vittime di violenza». Perché, come ha sottolineato l’assessore regionale alle Politiche Sociali, Augusto Ferrari: «Riutilizzare i beni confiscati per fini sociali, come case rifugio per le vittime di violenza e per accogliere dei profughi rappresenta la miglior risposta che la Regione possa dare alla criminalità». E il deputato Pd Davide Mattiello plaude all’interventismo della Regione, ma precisa: «Bisogna investire sui beni confiscati senza considerare questo un costo, ma un investimento per l’intera comunità».

 

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IL TASTO DOLENTE

Molti immobili sono ancora occupati da boss e gregari dell’organizzazione. E questo accade perché – nonostante gli sforzi – l’agenzia nazionale dei beni confiscati, unico soggetto deputato a dare gambe agli sgomberi, deve smaltire migliaia di pratiche in Italia. In queste maglie troppo larghe è capitato anche che quattro alloggi riconducibili a un boss della ‘ndrangheta dalle parti dell’ospedale San Giovanni Bosco siano stati «occupati» da alcuni sbandati quando già il regime di sequestro era passato al vaglio dei giudici. È anche successo che patrimoni già confiscati in Cassazione siano stati oggetto di una richiesta di revisione da parte degli ex proprietari. Al netto delle doglianze burocratico-forensi, resta un’opportunità enorme sulla quale l’associazionismo difficilmente può fare di più.

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